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    Intervento dell’on. CENTEMERO

     

    Centemero

    Intervento dell’on. ELENA CENTEMERO in merito alla “Discussione del disegno di legge: Disposizioni sulle Città metropolitane, sulle Province, sulle unioni e fusioni di Comuni (A.C. 1542-A); e delle abbinate proposte di legge Melilli; Guerra ed altri (A.C. 1408-1737)”

    PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la relatrice per la maggioranza, onorevole Elena Centemero.

     

     

    ELENA CENTEMERO,Relatore per la maggioranza.

     

    Signor Presidente, anche per quanto mi riguarda, il mio sarà un intervento che parte da una considerazione politica. Esattamente come l’onorevole Bressa, voglio sottolineare che, nella scorsa settimana, nell’ambito del lavoro parlamentare che riguarda il disegno di legge sul riordino – se così si può chiamare – delle province, città metropolitane e unioni di comuni, è intervenuto un fatto politico di grande importanza, che, oggi, proprio qui, con le dimissioni che mi appresto a dare dal mio mandato di relatore, segna proprio il passaggio della forza politica che rappresento, la quale, dalla maggioranza, in cui si trovava ad essere pochi giorni fa, si trova ad essere forza di minoranza e di opposizione. Quindi, innanzitutto, queste dimissioni da relatore hanno una valenza che segna un passaggio politico all’interno di questa legislatura, ma non sono solo collegate a un fatto politico e di grande rilevanza che è sotto gli occhi di tutta la nazione, bensì sono anche legate al merito del provvedimento.

    Certo, il lavoro che abbiamo compiuto in Commissione è stato un lavoro ampio, c’è stato un lungo dibattito e un lungo confronto, però – leggendo le carte delle Commissioni bicamerali di riforma che hanno riguardato l’architettura dello Stato, quindi anche la riforma degli enti territoriali, quali possono essere le province o l’introduzione delle città metropolitane – si evince sempre una cosa di grande importanza, che ci deve accompagnare sempre in un processo di riforma, cioè la necessità di trovare dei punti di incontro, dei punti di mediazione e, soprattutto, dei punti, nel processo riformatore, che tengano conto del confronto con la società civile e con i cittadini.

    Proprio all’interno del procedimento di discussione in Commissione di questo provvedimento, sono emersi dei giudizi contrastanti, che sono provenuti dalle regioni, le quali, in questo procedimento di riforma, in questo provvedimento che vuole essere di riforma degli enti locali, sono le «Cenerentole», sono dimenticate, non solo da parte delle regioni. Noi abbiamo, infatti, anche assistito alla presentazione di forti criticità da parte di illustri costituzionalisti, i quali hanno messo in evidenza quanto un processo di riordino così complesso degli enti locali, che riguarda i comuni, le province, le città metropolitane, ma specificamente la parte relativa alle province, avrebbe bisogno – anzi, usiamo il tempo verbale corretto – aveva bisogno di un collegamento non ideale, non astratto, non formale, ma concreto con la riforma costituzionale.

    Questo è un punto di grande importanza, perché come Forza Italia, come forza politica abbiamo chiesto in Commissione, abbiamo evidenziato, con quella chiarezza, quella trasparenza che ci contraddistingue nell’azione politica, abbiamo indicato, da subito, questa criticità e la necessità, soprattutto, di inserire il riordino delle province, la fusione dei comuni e, soprattutto, l’istituzione delle città metropolitane all’interno del processo complessivo di riforma costituzionale e, quindi, attraverso un disegno di legge costituzionale che, è vero, è stato depositato in quest’Assemblea alla Camera, ma che non è neanche entrato in discussione.

    Il disegno di legge in oggetto è stato – è vero – modificato, come si ricordava prima, abbandonando notevolmente il testo originario, il testo base, ma è stato poco riuscito il tentativo di migliorare e di riformare gli enti locali. Manca, infatti, una visione organica che colleghi la governance territoriale di città metropolitane, province e unione di comuni con un riordino anche delle regioni. Le regioni, lo ricordavo prima, sono la Cenerentola di questo provvedimento e io credo che questo provvedimento non abbia un senso se non porti con sé anche un intervento forte ed urgente, come i cittadini ci chiedono, relativo alle regioni. Ma, soprattutto, cosa manca ? Manca una visione di insieme, una riforma complessiva dell’architettura del governo territoriale: avrebbe necessariamente e inderogabilmente dovuto portare con sé, come ricordavo, e legarsi strettamente alla riforma costituzionale. Mi riferisco, in particolare, all’articolo 114 e al Titolo V della Costituzione, come molti costituzionalisti hanno indicato e sottolineato proprio nelle audizioni in Commissione.

    Si è, poi, molto parlato di due punti su cui vorrei soffermarmi e che sono la base della nostra scelta politica che, lo ripeto, è sempre stata chiara in un confronto leale con le forze della maggioranza di cui facevamo parte. Mi riferisco, innanzitutto, alle città metropolitane; le città metropolitane, che sono contenute e di cui si parla, appunto, al Capo II di questo disegno di legge, sono individuate in nove città, più la città di Roma capitale, e sono: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria, che, ricordiamoci, è una città commissariata in questo momento.

    Ecco, noi crediamo fortemente che non tutte queste aree, così come succede nel modello francese prima ricordato dal collega Bressa, possano avere ed essere riconosciute, tutte quante, con un identico status. In Francia, noi ci troviamo di fronte a tre grandi città metropolitane, a tre grandi aree metropolitane che sono: Parigi, Marsiglia e Lione e, poi, altre aree metropolitane con uno status differente. Inoltre, il territorio della città metropolitana, in questo disegno di legge, non coincide, necessariamente, con quello della provincia omonima. Che cosa vuol dire ? Vuol dire che noi ci troveremmo di fronte, signor Ministro, ad una realtà in cui, oltre ad avere la città capoluogo, oltre ad avere la città metropolitana, ci troveremmo di fronte alla cosiddetta provincia «ciambella»: cioè, alcuni comuni possono decidere con un procedimento facilitato di uscita rispetto ad un procedimento, invece, costituzionale, con una disomogeneità di trattamento, ovviamente, tra comuni che vogliono entrare e comuni che vogliono uscire dall’area metropolitana.
    Ci troveremmo di fronte ad una realtà per cui può sussistere, sul territorio di quella che era una vecchia provincia e del comune capoluogo, la città metropolitana e – lo voglio ripetere perché questo concetto sia chiaro e rimanga agli atti di quest’Assemblea parlamentare – persino una provincia «ciambella». Questo, ovviamente, senza costi aggiuntivi, quando, nella relazione della Corte dei conti – e questo è un altro punto che noi riteniamo di grande importanza – si è rilevato che la presenza della cosiddetta provincia aggiuntiva o «ciambella», come la si voglia chiamare, ha invece dei costi, prevedrà dei costi.

    Accanto a questo c’è un altro aspetto che ci ha preoccupato profondamente, collegato alla città metropolitana; si tratta del fatto che di diritto il sindaco della città capoluogo sia il sindaco della città metropolitana.
    L’ascolto che abbiamo fatto come forza politica in questo lungo cammino che ci ha accompagnato in questi mesi in ordine al disegno di legge Delrio sulle città metropolitane, il confronto, quindi, con i nostri amministratori locali, con gli amministratori locali di varie parti politiche con molti cittadini chiedeva invece che il sindaco della città metropolitana potesse essere espresso – penso a realtà molto ampie come possono essere città metropolitane che sono al di sopra dei tre milioni di abitanti (in Italia sono: Milano, Napoli e Roma capitale) – tramite una scelta diretta da parte dei cittadini a suffragio universale.

    Certo, formalmente il disegno di legge in esame stabilisce che lo statuto possa prevedere che i cittadini che risiedano sul territorio della città metropolitana possano scegliere direttamente il sindaco salvo, però, un piccolo particolare, che noi sappiamo benissimo che non si realizzerà mai, che è quello di dividere il comune capoluogo in comuni, in aree omogenee autonome dal punto di vista amministrativo. Questo di diritto; questo automatismo ci ha preoccupato e ci preoccupa molto perché non risponde alle richieste dei nostri cittadini, così come ci preoccupa molto uno statuto che è panacea di tutti i mali: io ricordo sempre cosa successe quando alle università fu lasciata la facoltà di scrivere i propri statuti. Nonostante qui sia previsto un provvedimento di intervento da parte dello Stato, io credo sia stata sotto gli occhi di tutti la difficoltà enorme che le università trovarono; credo che anche questo statuto, panacea di tutti i mali, in cui viene messo tutto quanto sia un grande punto di debolezza di questo disegno di legge.
    Oltre a questo, la farraginosità e la complessità della fase istitutiva.

    Veda signor Ministro, noi siamo sempre stati e siamo profondamente Pag. 15una forza riformatrice; ci siamo confrontati in Commissione, ci siamo confrontati nel corso delle passate legislature per dar vita ad un processo di riforma complessivo dell’architettura dello Stato. Ora qui ci troviamo di fronte, ed è un punto, una criticità che le abbiamo – con lealtà, con la chiarezza e la trasparenza della nostra azione politica – sempre sottoposto, ad una fase di inizio, di start up delle città metropolitane che rischia davvero di fare naufragare questo provvedimento. Le città metropolitane sono un’innovazione – è vero – all’interno di questo Paese, cioè ci portano verso l’Europa; ma in che modo ci portano verso l’Europa ? Con una pletora di città metropolitane decise da noi, decise dall’alto, decise dallo Stato senza coinvolgere le regioni. Ciò vale anche per le province: ci troveremo di fronte a città metropolitane che hanno un numero di abitanti inferiore a delle aree vaste che saranno enti nuove province. Di fatto succederà questo. Una farraginosità che porterà addirittura la bozza di statuto ad essere redatta da sindaci che comporranno una sorta di conferenza costituente, sindaci il cui mandato andrà a scadere a breve, entro il 30 giugno 2014. Noi sappiamo che in molte amministrazioni ci sarà il cambio di quello che è il governo comunale, proprio in seguito alle elezioni. Per questo noi crediamo che sarebbe stato necessario un procedimento più disteso.

    Un procedimento, soprattutto, che tenesse conto maggiormente delle realtà territoriali, dei piccoli comuni che, per essere parte di una città metropolitana, si devono sentire coinvolti, si devono sentire parte, cuore di questa città metropolitana, ma credo che questo qui non ci sia proprio.
    Terzo punto: le province. Abbiamo discusso a lungo anche di questo; abbiamo letto titoli sui giornali e abbiamo assistito tutti quanti, in campagna elettorale, sia nel 2008 che nel 2013 che nella scorsa legislatura, a promesse nelle quali si diceva: «aboliamo le province».
    Dal 2010 in avanti i vari Governi sono stati decisamente impegnati in questa abolizione delle province, ma più che ad una abolizione delle province si è assistito a una serie di provvedimenti che ne prevedevano l’accorpamento, la fusione; e abbiamo visto che nessuno di questi provvedimenti ha avuto un esito positivo, così come credo anche questa riorganizzazione Pag. 16delle province, perché di fatto esse rimangono. Infatti, finché non si abolirà dall’articolo 114 della Costituzione la parola «Province», finché non si rivedrà quello che è il ruolo delle regioni e finché non si darà un vero corpo alle Unioni di comuni, alle fusioni di comuni, come in tal senso c’è un tentativo di fare in questo disegno di legge, io credo che qualsiasi progetto di abolizione delle province o di riordino delle province non avrà un esito positivo.
    Soprattutto – e lo ripeto –, questo provvedimento non abolisce le province, crea un altro ente. Questo deve essere chiaro ai nostri cittadini. Un ente di area vasta, un ente in cui il presidente della provincia sta in carica quattro anni ed è un sindaco, in cui, poi, il consiglio provinciale dura in carica due anni, ruotando, e le cui funzioni sono ridotte, ma a cui poi potranno essere trasferite altre funzioni a seconda di cosa decidono i comuni, di cosa decidono le regioni. Di fatto, dobbiamo dirlo con chiarezza, non si aboliscono le province: si fa un provvedimento in cui si organizzano enti di area vasta prima della riforma costituzionale, prima dell’abolizione della parola «Province», che noi abbiamo chiesto con forza per cui abbiamo anche presentato una proposta di legge.
    Ma, soprattutto, noi abbiamo dialogato con il Governo, abbiamo contribuito anche a porre dei cambiamenti, come, ad esempio, la necessità, che io credo fondamentale, che le diramazioni dello Stato sul territorio non coincidano con le circoscrizioni provinciali. Noi sappiamo benissimo che la riorganizzazione degli uffici governativi territoriali si era arenata all’interno della Commissione affari costituzionali, ma sappiamo che è altrettanto necessario che vengano accorpati, non solo su base provinciale e pluriprovinciale, ma anche su base regionale. Ecco – ed è il merito su cui mi sono soffermata, perché la scelta politica è stata evidente fin dall’inizio dal significato delle mie dimissioni come relatore –, nel merito, lo voglio indicare con quella chiarezza che appunto mi contraddistingue, in questo disegno di legge di cosiddetta riforma manca la funzionalità, l’economicità, l’efficacia ed economicità, che sono dei principi fondamentali dell’azione dello Stato sul territorio.
    Concludo dicendo che noi, come Forza Italia, crediamo e abbiamo sempre creduto nella necessità di riformare l’architettura dello Stato in un’ottica sussidiaria, che quindi desse valore alle realtà e alle autonomie locali. Abbiamo sempre voluto valorizzare le autonomie territoriali secondo i principi costituzionali di differenziazione e adeguatezza. Per far questo c’è bisogno – e l’ho già detto, lo voglio però ribadire con forza – di un dialogo. C’era bisogno di un dialogo aperto e costruttivo che superasse approcci e culture diverse, che cercasse punti di compatibilità, ma non che volesse impostare, mantenere e perpetrare il proprio modello come unico modello ed esclusivo.

    A questo dialogo e confronto noi non ci siamo mai sottratti perché ci guida la consapevolezza e la responsabilità civile di ammodernare il nostro Stato, gli enti territoriali, per realizzare un modello istituzionale più efficiente, garanzia di equilibrio tra i poteri, anche a livello locale: equilibrio tra comuni, unioni di comuni, enti di area vasta ma soprattutto equilibrio tra città metropolitane e regioni. Noi non vogliamo trovarci di fronte ad un’altra realtà conflittuale esattamente come è stata quella della legislazione concorrente tra Stato e regioni nel Titolo V della Costituzione. Noi vogliamo realizzare un modello basato sulla funzionalità e sulla economicità. Questa riforma purtroppo manca, lo ripeto, di funzionalità, efficacia, efficienza ed economicità. Manca di un confronto critico e costruttivo con il Paese perché le province non si aboliscono. Manca dell’ascolto dell’opinione di molti, manca del rapporto con i nostri cittadini.
    Chiudo, riprendendo le parole di Massimo D’Alema, Presidente della Commissione bicamerale per le riforme, che diceva nella sua relazione: «L’esperienza dimostra che nessuno può guidare compiutamente processi così complessi e i processi complessi non si guidano da soli, si guidano insieme ai cittadini, si guidano con tutte le forze politiche e che si ascoltano».
    Per questo ribadisco le mie dimissioni e già dichiaro che Forza Italia voterà contro questo provvedimento.

    PRESIDENTE. Onorevole Centemero, la Presidenza prende atto delle sue dimissioni dalla qualità di relatrice per la maggioranza.