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    Intervento dell’ on. PARISI in merito alle proposte di modifica della legge elettorale

     

    Parisi

    Intervento dell’on. MARIASTELLA GELMINI nell’ambito della: “Discussione della proposta di legge d’iniziativa popolare: Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e reintroduzione del voto di preferenza (A.C. 3); e delle abbinate proposte di legge”

    MASSIMO PARISI

    Signora Presidente,

    rappresentante del Governo, colleghi deputati, al netto delle valutazioni su queste giornate concitate, noi oggi abbiamo una speranza e un auspicio: riteniamo infatti che se il senso di responsabilità delle forze politiche e anche della forza politica a cui appartengo si tradurrà in una continua ricerca di soluzioni fra le reciproche istanze, questa nostra discussione e le nostre votazioni successive potrebbero in qualche modo entrare nella storia della Repubblica.
    Mai, in oltre sessant’anni, una legge elettorale è stata approvata con una maggioranza diversa e più ampia di quella pro tempore al Governo. Se gli accordi, che sono alla base di questo testo, con le migliorie che arriveranno nella fase emendativa, terranno potremo dunque scrivere una bella pagina di storia politica civile.
    Né la legge del 1953, né il Mattarellum, né la legge elettorale vigente prima della sentenza della Consulta ebbero questo destino. Abbiamo dunque una responsabilità grande di fronte al Paese e questa responsabilità Forza Italia se l’è assunta fino in fondo, con molte rinunce e con molti compromessi.

    Voglio dire sommessamente ai colleghi del MoVimento 5 Stelle che, se alla base di ciò di cui stiamo discutendo ci sono accordi tra partiti, movimenti politici e leader, non è uno scandalo, fa parte della fisiologia della storia della Repubblica perché quei partiti e quei leader sono anch’essi espressione del consenso e dei voti degli italiani. Non ha il MoVimento 5 Stelle l’esclusiva della rappresentanza degli italiani  e gli italiani che votano 5 Stelle non sono migliori di quelli che votano Forza Italia, Partito Democratico, Scelta Civica o gli altri partiti.

    Questa nostra Assemblea dunque è chiamata a un’assunzione di responsabilità: Forza Italia è pronta. Lo siamo perché siamo convinti che questa sia la migliore legge elettorale possibile ? No. Lo siamo perché sappiamo che non esiste una legge elettorale perfetta. Sappiamo che non esiste la Bibbia dei sistemi elettorali, non è dato in natura un metodo perfetto per la traduzione dei voti in seggi. Lo siamo perché questa, tra le molte e variegate soluzioni possibili, è quella che più accontenta le nostre istanze ? No, questa legge non è probabilmente la legge che avremmo voluto, ma abbiamo scelto nell’interesse del Paese, e non della nostra parte politica, di addivenire ad un possibile compromesso.

    E anche qui lo voglio dire, in modo se possibile pacato, a chi ha optato in modo, sia chiaro, assolutamente legittimo, di non partecipare a questo processo, che altre potevano essere le soluzioni. Se anche il MoVimento 5 Stelle avesse avuto la determinazione di partecipare a questo percorso forse l’esito, certamente l’esito di questo processo sarebbe stato diverso, perché magari si sarebbe potuto registrare un consenso larghissimo su quella proposta che oggi il MoVimento 5 Stelle ha presentato nella fase emendativa in Commissione, cioè sul cosiddetto modello spagnolo. Avremmo visto un altro film, avremmo scritto un’altra storia.

    Non hanno potuto o voluto i colleghi del MoVimento 5 Stelle. Fa niente, ma bisogna che gli italiani sappiano che se qualcuno sostiene che l’unica legge possibile è il «Consultellum» vuol dire che non vuole candidarsi per vincere ma vuole, invece, presentarsi per perpetuare la situazione attuale, cioè quella di un Governo di piccole intese, non legittimato dal voto degli italiani. È una scelta politica legittima e rispettabile e noi la rispettiamo, ma gli italiani devono sapere che poteva andare in onda un altro film, una storia che avrebbe potuto legittimamente candidare anche il MoVimento 5 Stelle a governare questo Paese, cosa che in realtà il MoVimento 5 Stelle non vuole.

    Veniamo ai contenuti di questa proposta di legge, a quelli, in particolare, che ci piacciono, che riteniamo una nostra conquista. Questa proposta di legge ha il pregio di assicurare un vincitore il giorno delle elezioni. Ha il pregio, cioè, di istituzionalizzare quella che è stata una delle ragioni storiche della nostra discesa in campo. Eravamo in pochi a dirlo e a sostenerlo venti anni fa: chi si candida alle elezioni lo fa proponendo agli italiani una possibile maggioranza, un programma e magari, nei limiti di quelle che sono le previsioni della Costituzione, un leader politico, un capo della coalizione, naturalmente candidato, se vincente, ad assumersi la responsabilità di governare il Paese.

    Ecco perché abbiamo accettato magari soluzioni che non ci soddisfano o accetteremo forse soluzioni che non ci soddisfano, per esempio sulle soglie. Perché si può scrivere qualsiasi numero, si può sostenere, con riferimenti costituzionali un po’ singolari e altalenanti per la verità, che 35 è incostituzionale e 37 invece lo è. Si può sostenere che l’assenza di soglia per un premio di maggioranza possa essere incostituzionale per la Camera e per il Senato e, allo stesso tempo, consentire che si eleggano sindaci nei comuni sotto i 15 mila abitanti anche con meno del 30 per cento dei consensi oppure che si eleggano consigli regionali, che sono comunque assemblee legislative al pari di questa, senza alcuna soglia per il premio di maggioranza che c’è, ed è previsto, seppure all’interno di una «legislazione arlecchino» per cui ogni regione si fa la sua legge.

    Va bene, ci stiamo e ci stiamo perché qualsiasi numero scriveremo nessun numero potrà cancellare il fatto che se oggi ci poniamo il problema della governabilità, se oggi possiamo pensare di uscire dalla palude degli accordi parlamentari che confezionano Governi a prescindere dalla volontà degli italiani e, magari, anche con congiure e tradimenti di palazzo, se oggi anche il segretario del principale partito della sinistra italiana può sostenere questa stessa tesi lo dobbiamo ad una storia di venti anni, lo dobbiamo alla nostra discesa in campo, alla scelta di allora di Silvio Berlusconi.

    Questo provvedimento corregge anche un elemento (e anche qui mi sia consentito dirlo perché resti agli atti): corregge la stortura del premio regionale al Senato, perché il premio nazionale è univoco. Si tratta di quello che ha dato origine al nome con cui viene etichettata spesso la «legge Calderoli». Quella non fu una scelta politica dei partiti di maggioranza, dell’allora maggioranza. Fu una scelta dettata da altre ragioni e chi ha orecchie per intendere intende. Quelle ragioni sono venute meno e oggi possiamo proporre un premio di maggioranza univoco tra Camera e Senato. È vero, è vero: può darsi che si verifichi la situazione estrema di maggioranze diverse fra l’una e l’altra Camera. Segnalo che non esiste in natura una legge che possa dare lo stesso risultato con due corpi elettorali diversi. Questo problema lo risolveremo solo con la riforma costituzionale.

    Per venire ad un altro punto qualificante di questo provvedimento, siamo stati irrisi quando dicevamo che con questo sistema istituzionale eravamo impossibilitati a governare e ad attuare i programmi con i quali ci eravamo presentati davanti ai cittadini. Oggi si afferma, però, un altro principio, che corrisponde ad una nostra richiesta: la riduzione della frammentazione partitica, il fatto, cioè, che per avere una democrazia matura e compiuta, efficiente e decidente, occorre introdurre dei correttivi al sistema meramente proporzionale. Questo non è democratico ? Allora, dovremmo dirci che non è democratico un sistema come quello spagnolo, che lascia privi di rappresentanza partiti che non raggiungono non già la soglia legale ma quella reale, che è una soglia a due cifre. O che magari non lo è quello francese, che destina, come è accaduto nelle ultime elezioni, ad un partito come il Fronte Nazionale solo due parlamentari, pur avendo ottenuto il 13,6 per cento dei consensi. E non è democratico il sistema tedesco, che pure è tornato spesso nel dibattito di questi giorni e anche negli emendamenti in Commissione, che prevede una soglia del 5 per cento. E la Gran Bretagna, dove le terze forze magari conseguono il 23 per cento dei consensi ma devono accontentarsi di pochi seggi.
    Mi si dirà che sono formule diverse, che non si possono mischiare le mele con le pere. Ma la democrazia è una, e non è che, perché si adotta un sistema diverso, gli spagnoli e i francesi sono meno cittadini dei cittadini italiani.

    Abbiamo dunque, in questa ipotesi di testo base che ci troviamo a valutare, più che raddoppiato le soglie di sbarramento, che restano comunque fra le più basse tra le democrazie moderne. Ciò forse ci farà correre il rischio di lasciare fuori da queste Aule forze politiche che raccolgono non milioni di voti, come è stato detto, ma, a stare ai risultati delle ultime tre elezioni politiche, forze comprese tra un milione e mezzo e un milione e settecentomila voti. È un delitto ? No, è un prezzo da pagare alla governabilità, perché non possiamo consentire che un milione e settecentomila voti impediscano a chi di voti ne rappresenta magari oltre tredici milioni di assumersi la responsabilità di governare il Paese.

    Possiamo dunque far rientrare l’Italia nel novero delle democrazie mature. Dipenderà anche dalle scelte politiche dei partiti, che potranno valutare se perseguire il modello del partito a vocazione maggioritaria oppure quello delle coalizioni. A noi piace la prima soluzione, e questa legge può renderla almeno possibile. Abbiamo previsto un ballottaggio per questo. Va bene. Non temiamo la sfida, perché sappiamo che gli italiani sono migliori di come li dipingiamo. Non un doppio turno, ma un ballottaggio fra le due coalizioni, una scelta tra due leader, fra due proposte di Governo. Noi non abbiamo paura, perché un leader ce l’abbiamo e perché siamo convinti delle nostre ragioni. Certo, anche qui: non era la nostra formula preferita, ma volevamo e vogliamo dare agli italiani la possibilità di giudicarci e di sceglierci, agli italiani e non ad altri, al popolo sovrano e solo al popolo sovrano.

    Altro tema molto dibattuto nel corso di questi giorni è quello delle preferenze. Nel testo base non ci sono. Molte proposte emendative, immagino, proporranno di reintrodurle, come già è accaduto in Commissione. Ognuno legittimamente può avere la sua opinione, ma anche qui ogni tanto non farebbe male guardare a cosa succede negli altri Paesi, nelle altre democrazie. Ebbene, la formula della lista aperta, sperimentata durante la Prima Repubblica in l’Italia, è stata utilizzata solo in un altro Paese europeo: la Grecia. Forse questo vorrà dire qualcosa, o forse no. È vero però, per esempio, che in quel periodo le leggi finanziarie si facevano contrattando con ogni singolo parlamentare quale prebenda, qualche contentino per ottenere un voto favorevole e consentire al singolo deputato di sbandierare questo come un successo nel proprio collegio per anticipare la propria campagna elettorale. Sappiamo come è andata a finire. Sappiamo che anche questo ha prodotto uno fra i debiti pubblici più alti del mondo e sappiamo che, singolare coincidenza, anche i conti pubblici della Grecia non stanno messi molto bene.

    Ma non dobbiamo limitarci a guardare fuori dai nostri confini, perché nel novero dei sette sistemi elettorali con i quali periodicamente gli italiani sono chiamati ad esprimersi, le preferenze esistono. Vogliamo per un attimo riflettere con quale esito finale ? Ebbene, le preferenze si esprimono per il consiglio comunale, per le regioni, per le elezioni europee. Se andiamo a guardare il tasso di preferenze espresso in queste elezioni, dobbiamo registrare che in tutto il Centro-nord questo tasso difficilmente supera il 30 per cento, e questo dopo campagne elettorali costose, e dopo i mille sforzi che si fanno per ottenerle. Non è, cioè, un tasso di preferenze spontaneo, ma – mi si passi il termine – è un tasso di preferenze «spintaneo». Con le preferenze sono una minoranza di cittadini ad alterare le scelte dei partiti, ed è per questo motivo che in quei Paesi in cui pure le preferenze esistono, si sono studiate formule alternative di liste flessibili o semiflessibili. E non dobbiamo forse riflettere che, comunque la si pensi sulle preferenze, non c’è una sola elezione con preferenze in cui il tasso di partecipazione al voto superi quello delle elezioni politiche, elezioni in cui dal 1993 in avanti le preferenze non ci sono ?

    Si dice che senza le preferenze i parlamentari dipendano dal capo. Mi fa sorridere, Presidente, perché io sono entrato in Parlamento nel 2008. Anche in quella legislatura i candidati erano «nominati dal capo». Ebbene, forse abbiamo avuto il più alto numero di transfughi nella storia della Repubblica e un grande partito ha subito una scissione che ha prodotto gli esiti che ha prodotto. Ci sono molte leggende metropolitane sulla questione delle preferenze. È stata citata la legge toscana ed è stato detto che fu il frutto di un accordo che coinvolse anche Matteo Renzi. Non so se qualcuno si alzerà dai banchi del PD a specificare questa cosa, ma essendo toscano mi corre l’obbligo, per onestà intellettuale, di dirla: Matteo Renzi, quando si è fatta la legge elettorale toscana, era ancora giovane e non era ancora presidente della provincia di Firenze. E quell’accordo, quella legge elettorale, nacque per spinta – guardate i paradossi della storia – di quello che allora erano i DS, i Democratici di Sinistra, di, come dire, corrente opposta a quella che oggi rappresenta Matteo Renzi, che vollero l’abolizione delle preferenze in Toscana, a seguito di alcuni incidenti giudiziari che coinvolsero loro esponenti.

    Ebbene, il paradosso è che oggi ci sono emendamenti di quella stessa ala del Partito Democratico che propongono la reintroduzione delle preferenze. Pazienza, è la storia che ci regala questi fenomeni.
    Ma tutto ciò al netto del ragionamento, che sarebbe persino troppo facile – lo ha ricordato prima la collega Gelmini –, che con riferimento alle preferenze c’è stato un referendum popolare in questo Paese. Le preferenze dunque non ci sono in questo testo base, ci sono invece le liste corte, che assicurano la conoscibilità dei candidati. Ci sono collegi di dimensioni ridotte, che assicurano la riduzione dei costi della campagna elettorale. Sì, perché forse anche dei costi bisognerebbe parlare, perché è troppo facile, troppo demagogico dire che bisogna ridurre i costi della politica e poi andare ad aumentare i costi per entrare in politica. Troppo facile.

    Sulle preferenze ormai c’è una letteratura scientifica già copiosa ed alcune considerazioni dovremmo farle: le preferenze penalizzano donne e giovani, rendono più facile la campagna elettorale per l’uscente che per l’entrante, sono un sistema che si presta al condizionamento delle lobby, quando non della criminalità organizzata.
    Allora, lo dico anche qui con riferimento al ragionamento dei costi, senza spirito e stimolo polemico, ma riflettendo su alcuni punti che sono emersi nel dibattito politico di questi giorni, sfociati anche in proposte emendative in Commissione del Partito Democratico.
    Mi riferisco all’idea di primarie facoltative previste dalla legge. Ora, al netto di come la si pensi sulla formula delle primarie, mi sarà consentito dire una cosa che certamente è sbagliata, perché nessun costituzionalista l’ha ancora detta, ma prevedere primarie facoltative per legge è un ossimoro giuridico. Lo è tanto più in un Paese dove è carente – ma lo è non per caso – una legge sui partiti. Il tema è vasto ed appassionante e non riguarda soltantoPag. 68la politica. La selezione delle classi dirigenti è certamente uno dei nodi gordiani di questo Paese.
    Ma il fatto che forse su questo aspetto il testo base abbia proposto una formula, quella dei collegi piccoli con candidati da tre a sei – così dice la legge –, potrà dare un risultato positivo, che assegnerà ai partiti una grande responsabilità, a cui ognuno risponderà con la formula che preferisce. Perché, vedete, io sono distante anni luce dall’idea di fare bislacche primarie sul web, ma non si può negare ad un partito la facoltà di fare quelle primarie, perché se si comprime la libertà dei partiti si comprime la democrazia, ed è per questo che i padri costituenti non vollero una legislazione pubblica sui partiti.

    Allora la dimensione del collegio ci renderà possibile sapere chi sono i candidati. I nomi saranno stampati sulle schede. I cittadini potranno valutare le liste che vengono proposte.
    È la soluzione migliore ? Non lo so; è una soluzione che potrebbe trovare d’accordo larga parte di questo Parlamento: vale la pena provarci.
    Vorrei toccare un altro argomento: il fatto, che è stato sollevato in questo dibattito, riguardo alla partecipazione dei voti dei partiti che non ottengono il quorum necessario all’ottenimento dei seggi, nel computo del premio.
    Ebbene, vorrei ricordare anche qui che con questa legge elettorale si esprime sì un solo voto di lista, ma che votando qualsivoglia lista all’interno della coalizione, si sceglie anche la coalizione, che prevede ancora il capo della coalizione. Ecco perché è giusto conteggiare nel premio anche i voti dei partiti che non raggiungono la soglia.
    E vedete, noi abbiamo acconsentito a questo percorso anche per la seconda parte, con onestà e trasparenza.
    Non ci è difficile, perché le riforme costituzionali che sono previste, al netto degli spot che ogni tanto servono ad oscurare l’azione del Governo – che si è perso: un giorno chiederemo a «Chi l’ha visto» dov’è finito –, la riforma del Senato, l’abolizione del bicameralismo perfetto, la riforma del Titolo V sono nostri cavalli di battaglia. Non abbiamo nessuna difficoltà a prenderci l’impegno che porteremo avanti questo percorso di riforme, perché sono riforme – mi sia consentito dirlo – che avevamo già fatto.

    E dobbiamo anche dirci con onestà, anche a chi appunto lancia ogni tanto degli spot, che non bastano queste riforme, non bastano se non agiremo sui regolamenti parlamentari, non bastano se non agissimo sulla forma di Governo.
    Però intanto facciamo queste, va bene, noi ci siamo, iniziamo un percorso, facciamolo con senso di responsabilità, facciamolo rinunciando a qualcosa ognuno e forse – forse – daremo finalmente una legge elettorale a questo Paese, frutto di una scelta più larga, più condivisa .