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    Intervento dell’on. D’ALESSANDRO: “Diritti fondamentali detenuti e riduzione popolazione carceraria”

     

    luca

    Intervento dell’on. LUCA D’ALESSANDRO su conversione del decreto legge nr. 146/2013

    MISURE URGENTI IN TEMA DI TUTELA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DEI DETENUTI E DI RIDUZIONE CONTROLLATA DELLA POPOLAZIONE CARCERARIA.

    LUCA D’ALESSANDRO

    Sig. Presidente, rappresentanti del Governo, colleghe e colleghi

    Secondo quando recita il titolo del decreto 146/2013, di cui ci occupiamo in sede di conversione in legge, cioè misure urgenti in tema di tutela dei diritti fondamentali dei detenuti e di riduzione controllata della popolazione carceraria, l’obiettivo della nuova norma, che in realtà non innova ma si limita a modificare qua e là norme già esistenti, sarebbe quello di intervenire, in senso migliorativo si presume, sulla “tutela dei diritti fondamentali dei detenuti.” Molto delicata, quasi poetica, peraltro,  la soluzione linguistica adottata nel definire  “riduzione controllata della popolazione carceraria” ciò che i media e la stessa politica, come dimostra il dibattito in commissione, chiamano più ruvidamente, ma realisticamente, “norme svuota carceri“.

    Di totalmente condivisibile è sicuramente il carattere di estrema urgenza del provvedimento, atteso che ormai i tempi sono ridotti al minimo rispetto al compitino che, ancora una volta, proviene dalla Comunità Europea.

    E’ evidente che, al di là dell’enfasi utilizzata, in realtà stiamo rincorrendo un provvedimento che punta essenzialmente, se non esclusivamente, ad evitare pesanti sanzioni, derivanti dalla ormai arcinota sentenza “Torreggiani” emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

    Quindi cominciamo con il chiamare le cose per quello che sono: un ennesimo provvedimento tampone che affronta una emergenza, senza alcuna attenzione sul piano strutturale per la  questione di fondo, ovvero una radicale riforma del nostro sistema giudiziario.

    I dieci articoli del decreto legge, oggetto di acceso dibattito in seno alla commissione giustizia, introducono modifiche al codice di procedura penale, e ad una serie di leggi in materia di detenzione, che vanno tutte nella direzione di ridurre essenzialmente l’accesso al carcere e/o facilitarne l’uscita.

    Sintesi questa che può apparire eccessivamente semplificativa, ma che definisce con realismo i fatti.

    Prima di entrare nel merito del provvedimento per segnalare alcune nostre valutazioni, è opportuna una riflessione  più generale sulla questione del sovraffollamento delle carceri.

    Come affrontare questo tema di particolare rilevanza sociale? Come conciliare il diritto alla dignità dei detenuti con la domanda di sicurezza e di certezza del diritto, quindi anche della pena, che proviene dai cittadini e dalle vittime dei reati?

    Ci sono modi diversi di rispondere a questa domanda, che tracciano il confine tra una visione garantista, liberale, ma rigorosa, come quella di Forza Italia, e un modo di concepire il diritto come una rete a maglie variabili  da modellare in base agli interessi di parte; strette, strettissime quando si devono colpire gli avversari politici, fino ad applicare retroattivamente la legge penale(!), estremamente larghe quando si difendono le proprie istanze.

    Un modo sicuramente ideale per ridurre la popolazione  carceraria è quella di vedere ridotta la commissione dei reati!

    Utopia? Chi ha incontrato nei suoi studi gli scritti di Tommaso Moro, sa che l’utopia non è qualcosa di irrealizzabile in assoluto. La città ideale che si fonda sulla pace e sulla cultura può realizzarsi.

    Ridurre i reati è possibile, ad esempio, con più attenzione per la  prevenzione. Con una politica che intervenga sulla economia creando i presupposti per lo sviluppo, e non con la repressione di ogni iniziativa. Riducendo le tasse, incentivando i consumi, aiutando le imprese ad essere competitive nel mercato globale, riducendo una burocrazia asfissiante. Aumentando quindi la occupazione.

    Fornendo personale e risorse alle Forze di Polizia, sostenendo l’azione di intelligence.

    Attuando un idoneo piano carceri.

    In sede di audizione in commissione il ministro Cancellieri ha affermato che “si sta facendo moltissimo in tema di edilizia carceraria“, aggiungendo però poi: “nonostante una riduzione del relativo stanziamento”; un ossimoro concettuale insomma: non si può fare moltissimo quando si tagliano le risorse!

    Ma un modo più immediato, concreto, praticabile, possibile, è quello di procedere ad una riforma seria della giustizia che intervenga sulle principali questioni di fondo, come  la estrema lungaggine dei processi, il ricorso abnorme alla carcerazione cautelare, diventato ormai praticamente l’anticipo di una pena che non si sconterà mai per almeno la metà degli imputati (che dopo anni e anni di tritacarne giudiziario saranno assolti nel merito o per prescrizione), lo snellimento delle procedure, la efficienza del sistema di sorveglianza.

    Non parliamo in questa sede poi della responsabilità civile dei magistrati, per evitare che sia argomento di polemica e strumentalizzazione. Certo è che nella economia generale della problematica che affrontiamo, le modalità di gestione della amministrazione della giustizia non sono affatto irrilevanti. Anzi.

    Sono i numeri che abbiamo esaminato in commissione giustizia a parlare da sè: 64.564 i detenuti in Italia a fronte di capienza regolamentare di 47.599 posti.  Dei 64.564, i detenuti condannati definitivamente sono 38.625. Cioè il 59%. Il che vuol dire che l’altra metà è detenuta senza una condanna definitiva!

     I detenuti in custodia cautelare sono 24.744. A queste due categorie vanno aggiunti 1195 internati.

    Per quanto riguarda i detenuti in custodia cautelare è possibile individuare una ulteriore distinzione con riferimento al grado di giudizio: 12.348 sono i detenuti ancora in attesa del primo grado di giudizio; 6.355 sono stati condannati in primo grado e sono in attesa della decisione di appello; 4.387 sono condannati in uno od entrambi i gradi di giudizio di merito e sono in attesa della decisione della Cassazione.

    Questo il vero nodo da sciogliere! Non si può mantenere in carcere chi non ha ancora subito una condanna neppure in primo grado!

    In questa ottica l’articolo 1 del decreto, laddove interviene in tema di misure alternative alla carcerazione e di controlli elettronici, è sicuramente meritevole di apprezzamento. Ma come sarà possibile rendere concretamente applicabile tale norma? Sappiamo di che sorte ha goduto finora il cosiddetto braccialetto elettronico! O, meglio, chiediamo notizie circa uno strumento che appare desaparecido.

    Con le premesse dell’articolo 9, che di fatto esclude la disponibilità di risorse economiche aggiuntive, rispetto a quelle attualmente disponibili, ogni aspettativa è illusoria!

    E, ancora: non si possono attendere fino ad 8 anni per vedere concluso un processo!

    Il ministro Cancellieri in commissione ha di fatto confermato la necessità di una riforma delle procedure riguardanti i provvedimenti cautelari, affermando però che il governo non è intervenuto in sede di decreto in quanto già in discussione in parlamento una norma a riguardo. Prendiamo atto comunque che la questione è alla attenzione del governo.

    C’è poi la questione spinosa dei reati legati alle tossicodipendenze e quelli prodotti da soggetti extracomunitari.

    Sempre in commissione il ministro della Giustizia ha segnalato che gran parte della popolazione  carceraria è costituita da tossicodipendenti e da stranieri.

    E, dunque, il decreto 146 dedica particolare attenzione a queste situazioni intervenendo non alla radice del problema ma con forme di depenalizzazioni e sconti (qualcuno ha parlato anche di indulto mascherato).

     In carcere non va il tossicodipendente inteso come assuntore di droghe ma lo spacciatore. Si evidenzia che spesso il piccolo consumatore è “costretto” a spacciare per procurarsi la dose.

    La soluzione che il governo ha individuato è quella di intervenire sul T.U. stupefacenti modificando la disciplina dell’affidamento terapeutico al servizio sociale.

    Questa soluzione se affiancata alla ormai acclarata volontà di liberalizzare alcune droghe, definite “leggere”, lascia intendere come l’orientamento sia quello di deregolamentare del tutto la materia lasciando ampi spazi, intere praterie, al traffico di stupefacenti.

    Altra materia in cui il governo di sinistra, a cui fanno solo da stampella alcuni gruppi politici di centro o provenienti dal centrodestra, intende intervenire in modo drastico, e a nostro parere assolutamente involutivo ed estremamente pericoloso, è quello della immigrazione.

    La percentuale dei cittadini stranieri sul totale dei detenuti è circa il 35 per cento. Più in particolare, al 30 settembre 2013, su 38.845 condannati definitivi reclusi negli istituti penitenziari, 12.509 sono stranieri.

    Se la immigrazione clandestina non deve essere più un reato è facilmente immaginabile quale impulso avrà il fenomeno; la soluzione non può essere certo quella del provvedimento di espulsione!

    Lo stesso ministro Cancellieri ha chiarito come tale provvedimento ha qualche chance di successo solo quando il Paese di origine riconosca per certa la identificazione del soggetto. Senza contare le difficoltà materiali, nonché i relativi costi, per la concreta attuazione dei provvedimenti espulsivi!

    E’ evidente che l’unica soluzione sia quella di richiedere che la pena sia scontata nel paese di origine. Il ministro ha eccepito che per attuare tale ipotesi occorrono accordi bilaterali con i vari paesi interessati. Accordi che si prevedono onerosi per l’Italia!

    Del resto comprendiamo pienamente le preoccupazioni del ministro; se facciamo riferimento alla penosa vicenda dei nostri marò arbitrariamente trattenuti in India, a quanto accaduto alle coppie recatesi in Congo per adottare, ai tanti italiani ingiustamente trattenuti in vari paesi del mondo, ci rendiamo conto che sul piano internazionale, la nostra credibilità, così tanto reclamizzata, in realtà è a livelli molto bassi! Come dimostra drammaticamente anche il vergognoso caso del pluriomicida Cesare Battisi, giramondo prima in Francia e poi in Brasile, grazie all’insipienza e alla debolezza delle nostre autorità, oltre che alla complice copertura politica di alcuni partiti di sinistra.

    E, quindi, la soluzione rimane quella di limitare l’accesso! Controllare i flussi; rispedire  al mittente i clandestini così come il resto d’Europa continua a fare!

    La figura del Garante rappresenta la ammissione della lacunosità del sistema. In un sistema soffocato dalla burocrazia, dai tanti passaggi di carte, si innalza un nuovo gradino nella scala che il cittadino deve affrontare per ottenere il pieno rispetto dei propri diritti. Un atto chiaro di sfiducia nei confronti di chi gestisce il sistema penitenziario.

    In definitiva un provvedimento che prova a mettere le classiche pezze ad un vestito più volte rivoltato e ormai impresentabile.

    E’ un pò la giustificazione che i genitori sottoscrivono di fronte ad una pagella colma di insufficienze!

    La strada da percorrere è sicuramente altra: occorre dotare il nostro Paese di un sistema giudiziario al passo con in tempi, attraverso la informatizzazione piena delle procedure, il loro snellimento, la riduzione dei tempi per i processi, la limitazione del ricorso ai provvedimenti cautelari, l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati.

    Questo provvedimento ha l’effetto del classico pannicello caldo; può lenire temporaneamente ma non risolve il problema; e quando è troppo caldo può anche essere dannoso!