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    Intervento dell’on. Mariastella GELMINI sulla riforma della legge elettorale

     

    Gelmini

     

    Presidente, colleghi deputati, avevamo sperato in un finale diverso, non avremmo mai voluto trovarci qui a denunciare la triste conclusione di un cammino di riforma elettorale nel quale avevamo profondamente creduto e che pensavamo dovesse rappresentare un segno decisivo sul cammino della pacificazione nazionale.

    Sappiamo tutti molto bene com’è andata in questi vent’anni, a una guerra giudiziaria condotta contro il presidente Berlusconi sin dal suo ingresso in politica è seguita una delegittimazione della sua persona e dell’intero centrodestra, culminata nel 2013 con l’estromissione dal Senato sulla base di un’applicazione retroattiva della legge Severino. La Consulta poi, dichiarando inaccettabile la legge Calderoni, aveva di fatto marchiato il premio di maggioranza come giuridicamente incostituzionale e politicamente impraticabile. Si sarebbe dovuto con rapidità cambiare la legge elettorale e soprattutto farlo insieme, per superare il problema della incostituzionalità di quel voto a maggioranza che è tale grazie a un premio ritenuto dalla Consulta abusivo. Queste sono state le premesse dell’incontro del 18 gennaio al Largo del Nazareno tra due leader – il segretario del Partito Democratico e il presidente di Forza Italia, divisi solo da uno 0,37 per cento, poco più di 120 mila voti alle elezioni – che era giusto trovassero una via d’uscita a una situazione inaccettabile, con 148 deputati insediatisi a Montecitorio, per così dire, senza patente.

    Venivamo da troppi anni di una guerra civile fredda, di delegittimazione reciproca, che aveva travolto le riforme già approvate molti anni fa da Forza Italia, sulla base di una strumentalizzazione di un referendum che ha portato indietro il Paese e ha fatto perdere molti anni, per non cogliere l’apertura del segretario del Partito Democratico come un invito straordinariamente positivo. Si rimetteva in moto qualcosa di più profondo, ma lontano dagli atteggiamenti compromissori; ognuno rivestiva all’interno del Parlamento il proprio ruolo, noi continuavamo ad essere opposizione al Governo, ma, sul tema delle riforme costituzionali, si ricercava un accordo. Il 18 gennaio si giunse all’incontro, stabilendo alcuni punti: la legge elettorale avrebbe dovuto basarsi sul modello spagnolo, un proporzionale con soglie di sbarramento alte, soprattutto per le coalizioni, così da spingere alle alleanze tra partiti simili, ma anche ad evitare la polverizzazione delle liste elettorali all’interno della medesima coalizione. In una parola, si difendeva il bipolarismo.

    Accettammo, sulla base di questo, anche l’idea di ballottaggio, qualora la coalizione maggioritaria non avesse superato il 35 per cento, nonostante fossimo ben consapevoli del danno per il centrodestra. Nessuna preferenza, per la semplice ragione che i collegi, essendo piccoli, avrebbero consentito ai cittadini di conoscere i candidati e, poi, gli eletti.

    Nell’accordo vi era anche la riforma del bicameralismo paritario, ma vi era una clausola fondativa di quel patto: i contenuti del patto potevano cambiare soltanto se entrambi i contraenti fossero stati d’accordo, nel caso contrario ci si fermava al passo precedente, oppure l’accordo saltava.
    Nel frattempo, in tutto ciò che non atteneva al governo ordinario del Paese, ma al livello istituzionale, si lavorava insieme, scegliendo arbitro e regole. Che cosa è accaduto ? Che per necessità di equilibri interni al Partito Democratico e alla maggioranza di governo il Presidente del Consiglio ha spostato i tempi e i contenuti dell’accordo. Abbiamo conteggiato diciassette modifiche tra cambi di contenuti e spostamenti della tempistica, ma sempre hanno prevalso in Silvio Berlusconi e in Forza Italia: il senso di responsabilità; la consapevolezza, pur sedendo tra i banchi dell’opposizione, del momento gravissimo di questo Paese; la certezza nei valori, che sono il substrato della democrazia; la lealtà; la trasparenza; il senso del bene comune. Primo posto dato alla libertà e al valore delle persone, a prescindere dagli schieramenti e dalle opinioni.

    Due elementi abbiamo ritenuto da subito per noi inaccettabili: il premio dato alla lista invece che alla coalizione e l’abbassamento della soglia per l’ingresso alla Camera a livelli lillipuziani, di fatto a misura di un disegno di frantumazione dell’opposizione. Su questi punti al Senato votammo contro, salvo accettare poi, nel complesso, la legge elettorale in nome di un accordo più vasto che includeva una visione comune dell’istituzione e il metodo della scelta condivisa dell’arbitro di questo processo e della sua attuazione democratica. La scelta della personalità per il Quirinale da fare insieme, con pari titolo e pari dignità, questo era il coronamento logico e politico di un cammino comune. Così non è stato ed è cambiato tutto. Non si trattava di uno scambio, ma della condivisione di un disegno che finalmente avrebbe sottratto le istituzioni del nostro Paese alla bulimia irrefrenabile della sinistra, esercitata da decenni sul Quirinale, aprendo il sistema politico ad una prassi nuova. In noi erano chiare le perplessità, manifestate nelle dovute sedi, il rischio di un eccesso di potere consegnato al segretario del partito vincitore, ma questo rischio per noi era compensato dalla certezza della buona fede di Renzi e della sua lealtà rispetto all’accordo. La scelta del nome per il Quirinale è una scelta comune, pur potendo il PD fare a meno dei nostri voti, era una garanzia di fermezza democratica, di prova che mai Renzi avrebbe adoperato la democrazia come una pistola contro la minoranza e instaurato un uomo solo al comando. Invece, nella scelta del Capo dello Stato, Renzi ha calpestato la nostra fiducia. Inserita in questo contesto la legge elettorale, detta Italicum, è incostituzionale; nel combinato disposto con la riforma costituzionale ha un carattere doppiamente incostituzionale. Incostituzionale lo è e lo sarà in senso formale e sostanziale.

    Vi è una sola possibilità che osiamo avanzare sperando contro ogni speranza, che cioè questa legge subisca i cambiamenti che chiediamo: premio di coalizione, anzitutto; innalzamento della soglia di sbarramento per consentire il formarsi di un’opposizione più solida. Diversamente, tutto andrebbe in mano ad uno solo. Un partito con il 25-30 per cento, senza necessità di allearsi con nessuno, arriverebbe, grazie al ballottaggio, al 55 per cento dei deputati e avrebbe la possibilità di esercitare un dominio assoluto. Mi colpì molto di Renzi quanto disse in una recente riunione di direzione del Partito Democratico: dare il premio al partito è la seconda grande conquista dopo il ballottaggio, potevamo restare DS e Margherita se volevamo continuare ad usare le coalizioni. Queste parole mettono in evidenza che il premio alla lista non è tale perché utile al paese, ma perché utile al Partito Democratico.

    Voglio qui ribadire, ancora una volta, la pacata rivendicazione del ruolo determinante svolto da Silvio Berlusconi e da Forza Italia a partire dal 18 gennaio: una costanza mai venuta meno, una serietà e una pazienza perseveranti, nonostante le diciassette modifiche. Questo ha consentito quel percorso di riforme elettorali e costituzionali spesso incompreso, travisato e che ha determinato, per Forza Italia, anche una dannosa perdita del consenso elettorale. Quando, però, si è rivelato il deficit di accordo del nostro partner, è diventato necessario dire di «no».
    Ed è necessario dire di «no» anche per l’insormontabile questione del Trentino-Alto Adige, che sembra marginale, ma marginale non è, perché, dove si introducono norme contrarie ai principi costituzionali di eguaglianza, di voto, di rappresentatività parlamentare e, in definitiva, di sovranità popolare, con la finalità di garantire il diritto di tribune e tutelare la minoranza linguistica presente nella provincia di Bolzano, di fatto si condiziona l’espressione del voto e l’assegnazione dei seggi anche nell’altra provincia presente all’interno della circoscrizione, dove non è presente alcuna minoranza linguistica.

    E allora, gli emendamenti che proponiamo come Forza Italia sono di pacato buon senso, reintroducono il premio alla coalizione, alzano la soglia di sbarramento, consentono di raddrizzare il senso dell’Italicum conformandolo maggiormente allo spirito iniziale. Apprendo, invece, che il Governo intende inibire qualsiasi discussione seria e cambiamento ragionevole, ponendo la fiducia su ogni articolo. Lo riteniamo un fatto gravissimo. L’articolo 72 della Costituzione parla chiaro, e allora la legge elettorale non può, politicamente e costituzionalmente, in quanto dirige i destini della democrazia, essere condizionata nella sua approvazione dal «sì» o dal «no» ad un Governo contingente e, dal mio punto di vista, anche effimero.
    Ribadirebbe la posizione della fiducia, una volta di più, la rottura del metodo del dialogo e del confronto, che noi ci ostiniamo a ritenere l’unica strada per pacificare l’Italia, anche quando siamo costretti, dall’ostinazione dell’altra parte, a dire di «no», come diremo di «no», Ministro Boschi, se non passeranno i nostri emendamenti