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    Intervento dell’On. Gelmini in dichiarazione di voto sulla questione di fiducia relativa al decreto-legge recante disposizioni urgenti in materia finanziaria e per esigenze indifferibili

     

    Grazie, Presidente. Anche il gruppo parlamentare di Forza Italia voterà contro la questione di fiducia, avendo letto e riletto questo decreto nel tentativo di trovare una ratio, una visione di medio periodo: nulla di tutto questo. L’unica ratio che informa il provvedimento in esame è quella del rinvio, del rinvio delle questioni nevralgiche, delle questioni più importanti per il Paese, dal tema del lavoro, al risanamento dei conti, alle tasse, alla prossima legislatura. Questo decreto è, ahimè, la fotografia di come, in questa legislatura, i Governi che si sono succeduti non siano stati in grado di affrontare e risolvere i problemi del Paese.

    Con questo provvedimento ci si limita, infatti, a stanziare pochi spiccioli distribuiti in tanti settori, importi talmente bassi e polverizzati da risultare irrilevanti. Ben altro sarebbe stato, invece, il coraggio di concentrare le risorse, seppur poche, su un unico intervento: meglio fare una cosa grande bene che tante piccole cose, senza sortire alcune effetto. Se poi il tutto lo si fa in deficit e a debito, come da quattro anni a questa parte, allora, forse, sarebbe stato meglio addirittura non fare nulla.

    Questa è la valutazione dal punto di vista economico. Già i colleghi hanno sollevato tutte le questioni, invece, di natura giuridica. Siamo di fronte, infatti, all’ennesimo decreto che viene esaminato in un solo ramo del Parlamento, in questo caso il Senato, e su cui poi alla Camera viene posta la questione di fiducia, ennesimo decreto collegato alla legge di bilancio, ma non si capisce quale legge, quella approvata in Consiglio dei ministri o quella che il Senato sta licenziando? Il provvedimento, in realtà molto modesto e destinato a non lasciare alcuna traccia in questo Paese, aveva semplicemente un duplice compito: quello di coprire i buchi di bilancio dello Stato 2017 e di realizzare risorse per la legge di bilancio 2018.

    Allora, quali sono questi straordinari interventi? Beh, innanzitutto, la riapertura dei termini per il pagamento agevolato dei carichi fiscali, le liti fiscali pendenti e l’estensione dello split payment anche a tutte le società controllate dalla pubblica amministrazione. Questo si traduce, però, nell’ennesimo danno e nell’ennesima beffa per le nostre imprese, le quali avranno, di fatto, una nuova tassa sulla liquidità, che rischia di produrre una ulteriore riduzione di risorse nei confronti delle società fornitrici della pubblica amministrazione, che grazie alla liquidità proveniente dal pagamento dell’IVA riescono a far fronte, seppur temporaneamente, alla necessità di fondi.

    Le maggiori entrate, poi, vengono utilizzate per anticipare una frazione della sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, che arrivano pari pari alla prossima legislatura, essendo un tema assolutamente irrisolto. Da un lato, dunque, si rimanda la soluzione di problemi essenziali, preferendo lasciarla ai posteri, e dall’altro si insiste con una misura una tantum, pescando soldi dalla fiscalità generale, con interventi spot. Mentre noi veniamo da un week-end nel quale abbiamo incontrato le categorie, i sindacati, gli stakeholders, e la richiesta che sale dal Paese è quella di affrontare il tema della fiscalità generale, nella quale si dovrebbe avere il coraggio di privilegiare interventi di matrice strutturale e soprattutto volti a rispettare il principio costituzionale della progressività, per cui i benefici di natura pubblica dovrebbero essere destinati alle fasce socialmente più deboli e non spalmati in maniera uniforme sull’intera platea della popolazione. Ma i Governi di centrosinistra di questa legislatura hanno sempre utilizzato questa filosofia: il metodo di non risanare i conti, ma di appesantire la spesa pubblica distribuendo soldi a pioggia, piuttosto che elaborare politiche di sostegno socio-economico più mirate. E lo si è visto in tutti questi anni, con il rischio concreto di vanificare i timidi segnali di ripresa che oggi interessano l’Europa e molto meno l’Italia, la quale continua ad essere, pur con un segno più davanti alla crescita del PIL, il fanalino di coda in Europa.

    La nostra economia è la più debole, segno inequivocabile della politica inefficace dei Governi di centrosinistra di questi anni, mentre, grazie alle iniezioni di liquidità della BCE, all’euro forte, al basso prezzo del petrolio, dal 2014-2015, la nostra economia avrebbe dovuto progredire in maniera più forte, come quella degli altri Paesi europei. Ma, da quando la sinistra ha preso il potere, le stime di crescita del PIL, sulle quali si fonda la strategia di politica economica del Governo, sono state ogni anno – mi si passi il termine – gonfiate, salvo poi doverle rivedere al ribasso e correggere i conti con misure più o meno sanguinose. Schema, questo, messo in piedi, da un lato, per avere più spazio di azione e varare tutti quei provvedimenti di stampa clientelare, come i bonus necessari a comprarsi il consenso, e, dall’altro, per edulcorare il rapporto deficit-PIL da sottoporre alla valutazione della Commissione europea, per poter così raccontare che l’Italia cresce e che aumentano gli occupati.

    Il copione si ripete, puntualmente, ogni anno: a ottobre-novembre si fanno annunci mirabolanti e leggi di bilancio insostenibili e, poi, a giugno, si fanno i conti con la realtà e, allora, si cerca, non essendo stati in grado di risanare le condizioni economiche del Paese, di scaricare le responsabilità sulla cattiva Europa, che chiede la manovra correttiva.

    Lo stesso si è visto per il pareggio di bilancio, che doveva essere anticipato, e, invece, poi, è stato, da ultimo, posticipato al 2020, per finanziare bonus che non hanno risollevato il numero degli occupati in questo Paese.

    Una situazione difficile come quella italiana meritava una manovra sicuramente più accorta, in grado, quantomeno, di offrire al Paese politiche con una prospettiva di medio-lungo periodo e, invece, la direzione del combinato disposto del decreto fiscale e della manovra assume sempre più i termini di un provvedimento tampone, di una partita di giro, che blocca temporaneamente l’aumento dell’IVA, ma che non risolve le questioni del Paese.

    E c’è un fatto di cui non ho sentito parlare in quest’Aula, rispetto al quale è grande la responsabilità del Governo: quello nei confronti dei terremotati delle zone del centro Italia. Sono diversi i provvedimenti nei quali si fa cenno, ma non si affronta la condizione dei terremotati che vivranno la stagione del Natale, delle feste natalizie, in tende, perché non si ha avuto il coraggio di rimuovere le macerie, di accelerare il censimento delle abitazioni danneggiate e, rispetto alle richieste delle case in legno, su 3.500 siamo a 300-400 casette consegnate.

    Ma dalle televisioni, dai telegiornali, la condizione dei terremotati è completamente scomparsa, perché questo Governo vuole parlare solo di cose positive e, quindi, preferisce dimenticare coloro che vivono da mesi, ormai da più di un anno, una condizione di precarietà, senza trovare dentro questo provvedimento le risorse vere, ingenti, per dare delle risposte.

    Anche per questa ragione, noi riteniamo questo provvedimento una presa in giro, di una modestia assoluta dal punto di vista dei contenuti, improntato alla tecnica del rinvio. Per tutte queste ragioni, il nostro giudizio è profondamente negativo e il voto rispetto alla fiducia è, ovviamente, “no”.