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    Intervento dell’ On. Bianchi

     

    dorina

    Intervento dell’ On. Bianchi in merito alla “Discussione delle mozioni relative al diritto all’obiezione di coscienza in ambito medico-sanitario”

    On. Dorina Bianchi

     

    Grazie Presidente, onorevoli colleghi, Ministro,

    l’obiezione di coscienza è un diritto proprio di ogni ordinamento liberale, fondato su una visione laica dell’etica che vede nel primato della coscienza, intesa come norma ultima, concreta dell’agire umano, un suo cardine fondamentale. In Italia, in ambito medico-sanitario, il diritto all’obiezione di coscienza è espressamente codificato e disciplinato, quindi riconosciuto, nella legge n. 194, nella legge n. 413 del 1993, sulla sperimentazione animale, e nella legge n. 40 del 2004, sulla procreazione medicalmente assistita. Inoltre, la risoluzione n. 1763 del 2010 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa riconosce l’obiezione di coscienza. La donna ha certamente diritto a ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza. In questa Aula è doveroso ricordare a tutti che la legge n. 194 del 1978 ha come primaria finalità la tutela del valore sociale della maternità. Prevede una serie di compiti affidati agli enti, istituzioni e alla società stessa, affinché l’aborto sia una eccezione e il rispetto della vita sin dal suo inizio sia invece una regola. In particolare, il disposto della legge riconosce alla madre, in caso di gravidanza che le crei difficoltà, la possibilità di scegliere tra la propria vita, o salute, e la vita del figlio che porta in utero, come unica eccezione in un contesto generale di diritto che tutela sia la madre che il concepito.

    Proprio a tutela del valore sociale della maternità è doveroso ricordare, inoltre, che la legge n. 194 sollecita lo Stato a mettere in atto interventi concreti affinché la donna possa avere margini di scelta più ampi rispetto a quelli che la società spesso le impone.
    Questo è forse l’aspetto della legge che finora è stato più trascurato per dare seguito invece a strumentalizzazioni politiche della normativa. Vorrei in particolare ricordare ai presenti quanto disposto dall’articolo 1 della legge, nel quale si afferma che lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconoscendo non solo il valore sociale della maternità ma anche la tutela alla vita umana sin dal suo inizio.
    Sempre secondo la medesima legge, all’articolo 2, i consultori familiari hanno il compito di contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione di gravidanza. I consultori, inoltre, sulla base di appositi regolamenti o convenzioni, possono avvalersi della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.
    Le strutture sanitarie dunque, come del resto i consultori, hanno il compito, specialmente quando la richiesta di interruzione di gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche o sociali o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi, tentando di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione della gravidanza.
    È dunque la struttura sanitaria ad essere chiamata quale primo presidio e sostegno della donna, offrendole, come dispone la legge, tutti gli aiuti necessari, sia durante la gravidanza sia dopo il parto. È innegabile inoltre il legame fra la situazione economica e la scelta di continuare la gravidanza. Mettere in grado la donna di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre dovrebbe essere un dovere di tutti ma cercare insieme a lei di affrontare le avversità della vita nei momenti bui, offrendole una seconda, altra visione, è compito di chi la sostiene anche dal punto di vista sanitario.
    I dati che emergono dalle relazioni ISTAT del 2005, del 2008 e del 2010 segnalano un tasso di interruzione volontaria di gravidanza in costante riduzione, ma un costante incremento dell’abortività spontanea. In particolare, rispetto al 1988, anno in cui gli aborti spontanei erano 55 mila, essi sono aumentati di circa 11 mila unità rispetto al 2001, di 17 mila all’anno nel 2005 e di 22 mila unità nel 2007.
    Secondo i dati ufficializzati dal Ministero della salute, nella relazione 2012, sull’attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza, si legge che nel 2011 sono state effettuate 109 mila interruzioni volontarie di gravidanza con un incremento del 5,6 per cento rispetto al dato definitivo del 2010 e un decremento del 53,3 per cento rispetto al 2012, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza.
    I dati raccolti dunque registrano una continua diminuzione del ricorso delle donne all’aborto. A tale diminuzione corrisponde, sempre secondo i dati della relazione del Ministero della salute, un aumento molto meno significativo del numero di obiettori di coscienza, sostanzialmente stabile negli ultimi anni. Sempre nella relazione si legge che in materia di obiezione di coscienza il Comitato nazionale per la bioetica ha recentemente formulato un parere nel quale ha riconosciuto che l’obiezione di coscienza è un diritto fondamentale della persona, costituzionalmente tutelato e ha altresì affermato che la tutela dell’obiezione di coscienza non deve limitare né rendere più gravoso l’esercizio dei diritti riconosciuti per legge.
    Al riguardo il Comitato nazionale per la bioetica, affinché l’obiezione di coscienza venga esercitata in modo sostenibile, raccomanda che la legge n. 194 del 1978 preveda, accanto alla tutela dell’obiezione di coscienza, misure adeguate a garantire l’erogazione di servizi e che la disciplina sia tale da non discriminare né gli obiettori né i non obiettori e quindi non far gravare sugli uni o sugli altri, in via esclusiva, servizi particolarmente gravosi o pochi qualificanti, nonché la predisposizione di un’organizzazione nella mansione e nel reclutamento. A queste considerazioni si aggiunga, inoltre, che può essere attentamente valutata l’opportunità di un coinvolgimento del personale obiettore di coscienza in attività di prevenzione dell’aborto in maniera coerente con le convinzioni di coscienza manifestate.  A fronte della continua riduzione del ricorso all’aborto tra le donne italiane – riduzione tuttavia più lenta nelle condizioni di maggiore svantaggio sociale –, l’aumento degli aborti effettuati dalle donne straniere, dovuto al costante incremento della loro presenza nel nostro Paese, rappresenta una criticità importante.  È dunque necessario diffondere una cultura della vita, anche mediante apposite campagne di sensibilizzazione, rivolte, in particolare, non solo alle giovani italiane, ma altresì alle donne straniere, mediante l’implementazione di interventi e servizi in multilingua nelle scuole e nei servizi sociali…

     Signor Presidente, ancora manca un po’, quindi chiedo che la Presidenza autorizzi la pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna di considerazioni integrative del mio intervento.