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    Dichiarazione di voto dell’On. GELMINI

     

    gelmini

    Dichiarazione di voto dell’On.GELMINI in merito alle “Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri in vista della riunione del Consiglio europeo del 27 e 28 giugno 2013″.

    ON.MARIASTELLA GELMINI

    Signora Presidente della Camera, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi,

    guardiamo con fiducia e con determinazione all’appuntamento di Bruxelles perché la politica economica e, in particolare, i temi della competitività, dell’occupazione e della crescita sono finalmente al centro dell’agenda politica di quell’incontro. E per tutti noi che abbiamo osservato con preoccupazione le difficoltà che l’Italia incontra nel giocare il secondo tempo, il tempo non solo del rigore ma quello della crescita e dello sviluppo, la due giorni del Consiglio europeo rappresenta davvero un appuntamento decisivo, che è giusto caricare di aspettative e di ambizioni sia per quanto riguarda il tema, ormai molto complesso da affrontare e urgente, dell’occupazione giovanile, ma anche il finanziamento dell’economia e le fasi per completare l’unione economica e monetaria e anche bancaria. E andiamo a Bruxelles a testa alta, avendo incassato la raccomandazione della Commissione europea di chiudere la procedura aperta nei nostri confronti per disavanzo eccessivo e andiamo avendo anche ottenuto il disco verde da parte del consiglio Ecofin. Peraltro, questo è avvenuto nonostante le previsioni molto negative, pessimistiche, della Commissione europea, al punto che il quadro disegnato era talmente negativo dall’escludere il nostro Paese dalla possibilità di considerare fattori rilevanti quei due terremoti dell’Aquila e dell’Abruzzo nel 2009 e poi quello dell’Emilia Romagna e della Lombardia nel 2012. Nonostante tutto i risultati da noi conseguiti sono stati nettamente migliori, frutto dei grandi sacrifici del popolo italiano e di manovre di risanamento finanziario, che sono peraltro intervenuti all’interno di un quadro normativo assai avanzato. Possiamo quindi dire e aggiungere con una buona punta di orgoglio che abbiamo saputo fare e abbiamo fatto da soli, senza cioè chiedere aiuto ad istituzioni ed organismi europei o internazionali. Il pareggio strutturale di bilancio del 2013 – non dimentichiamolo – è un traguardo che sono sei paesi su diciassette rispetteranno con ogni probabilità nell’Eurozona. Siamo tuttavia lontani dall’avere imboccato la buona strada. Noi tutti conveniamo che la fase recessiva che attraversiamo è dovuta anche al cosiddetto credit crunch, alla combinazione di crisi internazionale e frammentazione dei mercati finanziari. È sotto gli occhi di tutti la crisi della nostra industria. Chiudono le nostre imprese, soprattutto le piccole e medie imprese, e la disoccupazione cresce, in particolare quella giovanile, e diminuiscono i consumi. Se da un lato era doveroso intraprendere politiche di lotta agli sprechi, di risanamento dei conti, di contenimento, di razionalizzazione e riqualificazione della spesa, dall’altro, la tempistica particolarmente celere e l’assenza in Europa di misure anticicliche sono fattori che hanno contribuito, accanto alla difficoltà cronica di riformare settori determinanti, come la giustizia e la burocrazia del fisco, a far cadere il Paese in una profonda recessione.
    Ora tocca all’Unione europea, tocca all’Unione europea confermare la promessa e gli impegni dei Consigli europei di giugno e dicembre 2012 e del marzo 2013 contro la disoccupazione giovanile, come richiesto anche nella mozione recentemente discussa in quest’Aula e presentata dai parlamentari under 35. Parole come crescita economica, produttività, competitività, crescita dell’occupazione, devono tornare a far parte del vocabolario dell’Unione europea, tornare ad essere la lingua viva di un continente che ha saputo costruire libertà, pace e benessere dopo la grande tragedia del secolo scorso.
    Ella, Presidente, può contare su un’ampia maggioranza, non solo in Parlamento, ma nel Paese; una maggioranza che chiede a gran voce non meno Europa, ma più Europa, un’Europa dei popoli, della solidarietà e della prosperità. Occorre, per questo, ripartire dall’unità europea voluta da De Gasperi, da Schuman, da Adenauer, che ritenevano l’economia uno strumento per una pace stabile e un benessere comune, e restituire centralità alla sovranità popolare.
    L’Europa deve essere sempre più l’Europa dei popoli, e non una tecnocrazia fautrice di disuguaglianze e piegata agli interessi e al volere dei Paesi più forti. Noi, più di tutti, siamo stati per decenni quelli che hanno creduto nella pienezza dell’unità europea. Questo è il punto decisivo, Presidente Letta: non si tratta di battere i pugni istericamente o velleitariamente sul tavolo, ma di imporre il valore forte e determinante della costruzione urgente degli Stati Uniti d’Europa, senza cui il nostro continente diventerà la periferia dell’impero Cina-India, magari ancora sottoposto al volere della Germania.
    Per questo, occorre ripristinare l’egemonia della politica e dei suoi ideali sulle pretese di chi vuole sostituire la pari dignità con la gerarchia del prodotto interno lordo, secondo una logica inaccettabile, e di chi usa l’unione monetaria per rallentare l’integrazione europea e l’unione politica.
    Abbiamo una grande opportunità: dal 1o luglio 2014 l’Italia avrà la presidenza semestrale dell’Unione europea. Il nostro augurio e il nostro impegno è di arrivarci uniti, dopo avere finalmente iniziato il secondo tempo della ripresa e cominciato a vedere i primi nuovi segnali: lavoro per i giovani, voglia di rimettersi in gioco dei nostri imprenditori, meno tasse, meno burocrazia, banche a fiancheggiare lo sviluppo e, di nuovo, innovazione.
    Chi ha letto il documento con cui la Commissione europea propone il rientro dalla procedura di infrazione per l’Italia e le relative raccomandazioni sa bene che si tratta di sei punti in cui si accenna alle più importanti riforme da realizzare; riforme che riguardano il contenimento del perimetro dello Stato, ma anche la riforma della giustizia, non più rinviabile, la lotta all’evasione e alla corruzione, le liberalizzazioni, la riduzione della pressione fiscale, la produttività e la riorganizzazione del mercato del lavoro e, infine, una diversa politica fiscale, centrata più sulle cose che non sulle persone.
    Lo spirito prevalente è quello di un buon approccio liberale, da sempre nel DNA del Popolo della Libertà. Sono le riforme volute da Schroeder nel 2003, su cui oggi Angela Merkel fonda le sue fortune di leader europeo, anche se dall’incerta egemonia. Ma quei risultati sono stati ottenuti solo grazie ad una deroga al Patto di stabilità di allora, operazione resasi necessaria per gestire politicamente una fase particolarmente difficile, anche se meno difficile di quella odierna, visto che allora gli Stati Uniti erano ancora in grado, con la loro politica a debito, di trainare l’intera economia mondiale.
    Il mancato rispetto dei vincoli finanziari fu la condizione per evitare che le riforme, quelle importanti ed incisive, fallissero sulla spinta della protesta sociale. L’uso della leva pubblica ne fu lo strumento e, al tempo stesso, la precondizione. Dobbiamo seguire quell’esempio, e non quello della Grecia o della Spagna, Paesi in cui il prevalere di un astratto rigorismo ha portato grandi difficoltà a quei popoli, e su queste riforme, e non solo sui numeri del deficit, la Commissione dovrebbe intervenire, monitorare i processi reali e, sulla base dei relativi risultati, assolvere o condannare i singoli Paesi per deficit eccessivo. Se non ci sarà questo cambiamento, saremo, come in passato, costretti ad operare al margine, tosare questo o quel capitolo di bilancio, aumentare questa o quella imposta, cambiare un poco perché nulla effettivamente cambi. È una strada che abbiamo tentato in tutti questi anni. Lo hanno fatto il centrodestra e il centrosinistra e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: dalla crisi non solo non siamo usciti, ma quel baratro che Mario Monti diceva di voler scongiurare è ancora di fronte a noi, più profondo di che mai.
    Sono quindi d’accordo con la logica di Giavazzi ed Alesina che dalle pagine del Corriere della Sera ci avvertono di non illuderci rispetto alla risoluzione del problema della disoccupazione solo trovando 400 milioni in Europa. Non basta il restyling. Il bisturi delle riforme deve incidere nella carne viva del Paese, ma per evitare che il conseguente stress sociale diventi talmente insostenibile da impedirne l’avvio, dobbiamo disporre di adeguati ammortizzatori sociali. E questi non possono che derivare da una riscrittura intelligente delle regole del gioco, quelle regole, Signor Presidente, che ci aspettiamo lei contribuisca in maniera determinante a riscrivere, dando garanzia che l’Italia proseguirà sulla strada del risanamento dei conti, ma oggi rivendica anche giusti spazi per crescere e per avere investimenti.