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    Dichiarazione di voto dell’ On. MAROTTA

     

    Marotta

     

    Dichiarazione di voto dell’On. MAROTTA in merito al “Seguito della discussione del testo unificato delle proposte di legge: Ferranti ed altri; Costa: Delega al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili”

     

    On. ANTONIO MAROTTA

    Signor Presidente,

    vorrei, innanzitutto, annunziare il voto favorevole del mio gruppo. È un voto favorevole e convinto, perché, per la prima volta, questa maggioranza così ampia ci consente di affrontare in maniera esaustiva un problema che è all’attenzione generale del Paese.
    Il dibattito mi è sembrato il dibattito degli equivoci, delle volte surreale, perché ho sentito parlare di situazioni che, per la verità, non hanno niente a che vedere con il provvedimento che ci avviamo a votare: svuota carceri, insicurezza per i cittadini, preoccupazione, paura, delinquenti in libertà.
    Ed allora, delle due l’una: o chi sostiene questo non ha letto attentamente il contenuto del provvedimento o, molto probabilmente, la buona fede non è in quelli che parlano in questi termini di questo provvedimento. Infatti, io non parlo di provvedimento epocale, ma di un provvedimento che sicuramente costituisce una svolta, perché, per la prima volta, introduce due fatti nuovi nel nostro sistema giudiziario.
    Il primo importante fatto è la detenzione domiciliare, che, per certi versi, già esiste, ma questo provvedimento la collega direttamente al giudice della cognizione. Quindi, amici che avete sostenuto che questo sia un provvedimento svuota carceri, ciò non è affatto vero, perché questo è un provvedimento che, una volta varato, andrà in vigore per il futuro, per i processi che si celebreranno, e quindi in un futuro, molto probabilmente, non lontano, ma non ha niente a che vedere con la situazione carceraria attuale, a cui, da qui a un momento, faremo pure un riferimento.
    Per quanto riguarda la detenzione domiciliare, per la prima volta si dà la possibilità al giudice della cognizione, cioè il giudice che ha svolto il processo e conosce il processo nella sua concretezza e la condotta dell’imputato, di stabilire se, per un determinato limite edittale di sei anni, la pena, in fase di esecuzione, debba essere espiata in un carcere o possa essere espiata con la detenzione domiciliare o diversamente.
    Oggi, come tutti sapete – ecco perché dico che vi è bisogno di una conoscenza di fondo – l’esecuzione è già espiata, il più delle volte, anzi, nella maggior parte dei casi, fuori del carcere, perché vi sono una serie di misure alternative, che vanno dall’affidamento in prova ai servizi sociali, alla detenzione in istituti ospedalieri o in case di cura, alla liberazione anticipata.
    Vi è tutto un sistema che, appena la pena diventa esecutiva, cerca di fare espiare questa pena fuori dal carcere, e non dentro di esso. Quindi, diciamo che noi ci agganciamo a questo sistema e diciamo qualcosa di più e di molto importante: questa eventuale detenzione il giudice di cognizione, cioè quello che conosce i fatti, che valuta l’imputato, la può applicare immediatamente in fase di cognizione.
    Questo significa pure non ingolfare la giustizia e abbreviare i tempi, perché se adesso, con il sistema attuale, abbiamo bisogno di arrivare nella fase dell’esecuzione e affidare al giudice dell’esecuzione, cioè al tribunale di sorveglianza, la possibilità di stabilire un regime carcerario diverso dalla detenzione in carcere, con il provvedimento in esame questo lo stabilisce il giudice della cognizione, e quindi si sottrae tempo ai tribunali, si sottrae tempo ai giudici e si dà la possibilità, a chi deve irrogare la pena, di conoscere veramente le situazioni. E a tal punto è serio e ragionato questo discorso che, nella delega che diamo al Governo, valutiamo la possibilità per il giudice di stabilire questo – sottolineo – la possibilità. La detenzione cioè, resta in carcere. Se il giudice ritiene che, per quel caso, per quelle caratteristiche, per quella condotta, per quella capacità delinquenziale dell’imputato, per quegli elementi di contorno, per il comportamento nei confronti della parte lesa di cui pure tanto se è parlato, per tutti questi elementi, non ci siano le condizioni per procedere alla detenzione domiciliare, valuta l’articolo 133. E ieri è stato ben riferito dal collega Costa il contenuto dell’articolo 133. Quindi, questo è un primo punto importante. Ci avviamo verso un problema diverso, È una scelta che dobbiamo fare, che dobbiamo avere il coraggio di fare. Ecco perché ritengo che questa maggioranza così ampia ha il dovere di affrontare questi problemi. Qual è il problema di fondo – e qui c’è il Ministro e finalmente ci compiacciamo e lo ringraziamo per la sua presenza –  ? Il futuro è affidato alla detenzione in carcere o a misure alternative alla detenzione che non hanno alcun rilievo sul piano della sicurezza ? Guardate, perché anche qui si mescola nel torbido. Il sistema di sicurezza è una rete sul territorio che significa che le varie forze di polizia collaborano tra di loro e assicurano la presenza sul territorio. Quindi non sarà il controllo in più o il controllo in meno a stabilire che quel determinato soggetto potrà delinquere o meno, ma sarà quella rete che è già sul territorio, integrata anche con altre possibilità, altri mezzi – questo è un problema che verrà in un secondo momento –, a valutare la possibilità del controllo sul territorio. Questo è il primo elemento. Il secondo elemento è dato dalla sospensione del procedimento con messa la prova. Anche qui, colleghi, è una misura innovativa. Non è una misura nuova, perché noi la mutuiamo dal processo minorile, e siccome lì è già applicata da tempo, e si possono riscontrare dei successi, allora riteniamo che possa essere inserita anche nel contesto di una attività che riguarda i maggiorenni. Ma anche qui, qual è la valutazione che si fa ? È una valutazione che fa il giudice e che può concedere o non concedere tale misura, ma, in qualsiasi caso, può valutare o non valutare di concedere, ma può anche, nel corso dell’espiazione di questa attività lavorativa da parte di chi chiede questa misura, ritenere che non ci siano più le condizioni e revocarla.  Allora, noi dobbiamo anche fare una riflessione sul carcere. È stato detto di tutto, però non ho sentito nessuno che ha esperienza carceraria e che non dica la verità. Oggi andare in carcere significa, soprattutto per un giovane, affrontare un problema con i delinquenti e maturare nella capacità criminale. Il carcere è diventato una scuola di delinquenza, questa è la verità. Se vogliamo negare pure questo, allora vuol dire che neghiamo la realtà e possiamo comportarci come crediamo. Ma tutti in coscienza sappiamo che se quella è una scuola di delinquenza, fino a quando abbiamo la possibilità di cambiarla e farla diventare qualcos’altro, così come prevede la carta costituzionale, allora dobbiamo cercare veramente di evitare che quel delinquente, che delinque la prima volta e che si trova in una situazione soggettiva sicuramente favorevole alla possibilità di reinserimento nella società, non abbia il trauma del carcere. E non perché io voglio difendere chi delinque. Assolutamente. Ma perché noi abbiamo un sistema nel quale dobbiamo sicuramente valutare tutte queste situazioni. E allora, non è che vogliamo liberare il carcere, però io vorrei concludere sul carcere, per dire una cosa, anche se qui – l’ho detto e lo ripeto – il sistema carcerario e i detenuti c’entrano ben poco con questo provvedimento. Vorrei leggere quello che qualche giorno fa – parole non mie, ma di chi è addentro alla situazione – diceva il segretario generale del SAPPE che, sapete, è sindacato della polizia penitenziaria, Donato Capere:  «Il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze». E, guardate, anche se qui il carcere non c’entra, la nostra società e la nostra democrazia, noi che diciamo di essere culla di civiltà e soprattutto culla del diritto, se non ci poniamo questo problema nei termini in cui questo provvedimento si vota, allora vuol dire che vogliamo restare emarginati dal sistema delle mete di civiltà europeo e internazionale, nel quale purtroppo viviamo.